Storia

La lunga storia del welfare aziendale in Italia

La SAI di Passignano

Il welfare aziendale in Italia ha una lunga storia che merita di essere approfondita. Studiando per esempio  le vicende umbre si scopre che molte aziende già nel XIX secolo,  pensavano ai propri dipendenti ricercando un modello di benessere e coinvolgimento prima che ne parlassero le scuole di management. Ricordiamo in questa sede gli asili aziendali promossi da Luisa Spagnoli che la Nestlè chiuse dopo aver acquisito il controllo della Buitoni ma che riaprì successivamente, in accordo con il Comune di Perugia, ottenendo un significativo calo dell’assenteismo dovuto alla necessaria cura dei bambini.

Possiamo anche ricordare altre due esperienze meno note ma altrettanto significative: nel settore del tabacco, caratterizzato da una grande occupazione femminile (le tabacchine) erano molte le aziende che costituirono asili per favorire la cura della infanzia. Presso il Monopolio  Tabacchi di Perugia in via Cortonese, era presente una nursey dove personale specializzato si prendeva cura dei bambini delle lavoratrici durante l’orario di lavoro.

Una interessante vicenda è anche quella della SAI Ambrosini di Passignano sul Trasimeno, azienda aeronautica di grande prestigio che ha terminato la propria attività nel 1992, la quale aveva particolare cura nella formazione del personale. I dipendenti venivano da tutta Italia. Quelli che abitavano nel territorio vicino provenivano dal settore dalla pesca e dalla agricoltura, e non avevano le sufficienti competenze industriali. L’azienda promuoveva anche molteplici attività dopolavoristiche ed era il punto di riferimento di tutta la comunità.

La storia del welfare aziendale in Italia non è stata tematizzata in maniera adeguata anche se rappresenta un elemento essenziale della originalità del capitalismo italiano, basato, per quanto riguarda le piccole e medie industrie, sulla bassa intensità degli investimenti di capitale e sulla alta messa a sistema delle competenze professionali che caratterizzavano molte comunità locali e che hanno dato avvio al made in Italy.



			
		

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