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I distretti industriali italiani. Il capitalismo dal volto umano.

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Lo studio dei distretti industriali iniziò con Alfred  Marshall.(1842-1924) “Nello sviluppare la sua analisi, Marshall, pose l’attenzione sull’organizzazione, o meglio sul meccanismo di specializzazione-integrazione che contraddistingue il processo di crescita di un organismo, sia dal punto di vista sociale sia fisico che comporta da un lato, una crescente suddivisione delle funzioni tra le sue varie parti e, dall’altro, una più intima connessione tra di esse.”[1] Marshall nelle sue ricerche si concentra soprattutto sui vantaggi che le imprese del distretto possono trarre dalle economie di scala ossia da «quelle economie derivanti da un aumento della scala della produzione di una determinata specie di merci»[2] Gli studi di Marshall furono ripresi in Italia da Giacomo Becattini e negli USA da Michael Eugene Porter(1947) accademico ed economista statunitense. Per Becattini il distretto industriale si caratterizza per la collaborazione delle aziende, per la comune cultura di impresa che nasce spesso da una tradizione artigiana che si è sviluppata nei secoli. Becattini mette in rilievo soprattutto gli aspetti della integrazione fra cultura ed economia e le valenze, anche sociali, di un capitalismo a bassa intensità finanziaria e ad alta capacità di competenze professionali. Becattini inoltre sottolinea  anche l’integrazione fra sistema formativo e la governance, anche politica, locale. La diminuzione dei costi in un distretto nasce anche dalla facilità nei rapporti basata sulla conoscenza e sulla fiducia fra i contraenti che

evita l’adozione di complesse procedure contrattuali. Il termine cluster si usa in genere come sinonimo di distretto ma in realtà l’elaborazione di Porter parte da basi diverse. In primo luogo essa analizza la catena del valore delle singole aziende più che la comunità in cui si sviluppa l’azienda e sottolinea il risparmio che le aziende trovano quando sono presenti in uno stesso territorio. Porter afferma” L’unità elementare di analisi per capire il vantaggio nazionale è il settore industriale. Le nazioni hanno successo non in settori industriali isolati, ma in aggregati o “cluster” di settori industriali connessi da relazioni verticali (clienti/fornitore) e orizzontali (clienti comuni, tecnologia, canali).[1] La UEnei documenti che riguardano lo sviluppo territoriale, ha adottato il termine cluster anziché quello di distretto . In un approfondimento fatto in Spagna dalla Università di Valencia, emerge come questa scelta non sia casuale.

“The authors of the two concepts examined are important. Giacomo Becattini comes from the Emilia Romagna region which has a Communist tradition. Porter is American and probably has a more neo-liberal ideology. Although it would be difficult to claim that Capitalism might be overthrown by, for instance, Communism, Becattini (2002) defends what Sir Samuel Brittan called ‘Capitalism with a human face’. Is this last claim what cluster followers want to submerge?[2] E’ importante , in particolare per noi italiani, rivendicare l’importanza e le caratteristiche peculiari di un modello di sviluppo che ha caratterizzato il nostro paese e che va difeso e aiutato, creando le condizioni per il suo mantenimento e la sua generavità.


[1] Porter M. (1991), Vantaggio competitivo delle Nazioni, Mondatori, Milano

[2]Francisco Javier Ortega-Colomer , Francesc Xavier Molina-Morales , Ignacio Fernández de Lucio,  Discussing the Concepts of Cluster and Industrial District


[1] Gilda Antonelli, Laura Marino “Sistemi produttivi locali e cluster di imprese. Distretti industriali, tecnologici e proto-distretti, 2013 , Franco Angeli

[2] Alfred Marshall A. (1972), Principi di economia, Utet, Torino






Il distretto industriale, modello organizzativo tipico dell’economia italiana, è un’area territoriale con un’alta concentrazione di piccole e medie imprese industriali ad elevata specializzazione produttiva, generalmente caratterizzate da un’intensa interdipendenza dei loro cicli produttivi e fortemente integrate con l’ambiente socio-economico locale che le ospita.

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