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Bene comune: il welfare quotidiano attraverso la politica

Costruire e difendere le comunità locali

Sua maestà il territorio

Il mondo moderno ha costruito tecnostrutture imponenti, quella realtà definita da Weber “gabbia d’acciaio”. Non si tratta solo del capitalismo o turbo capitalismo che dir si voglia, ma, insieme, del monstrum burocratico che, attraversata l’Europa militarizzata per almeno un paio di secoli, ha trovato casa nell’Ue, l’ultimo baluardo neo-sovietico a tutt’oggi adorato quanto, se non più, del vitello d’oro di biblica memoria.

La globalizzazione è un fascio di processi destinati ad autoalimentarsi, controllando tutto ciò che circola tra la parte bassa e la parte alta dell’uomo, dai bisogni elementari fino alle vette dello spirito. Tutto è preda di questa macrostruttura di controllo. La creatura nuova scaturente da questa propaggine avanzata di strutturalismo del potere e disgregazione del soggetto è la “società del controllo” (Gilles Deleuze). Il governo dell’emergenza pandemica, caso serio di un controllo generatore, per essenza, di caos, è la cartina di tornasole di questa realtà.

Speranza progettuale

In questo mondo privo di centro e, ad un tempo, totalizzante, ciò che può ancora suscitare motivi e occasioni di oggettive di speranza progettuale è il territorio. Una vera e propria soggettività politica, refrattaria a ogni pulsione orientata all’addomesticamento ideologico. In sé, il territorio è tutto e, nello stesso tempo, meno del possibile: tutto ciò che serve agli uomini per metter su famiglia, tirar su la prole, vivere, lavorare e possibilmente prosperare insieme agli altri; meno del possibile, perché ciò che in nuce alberga in esso deve essere ricercato ed estratto dalla terra come un minerale prezioso.

Per far ciò, è necessaria la politica come forma umana sommamente espressiva della cultura e dell’ethos di un popolo. Un popolo è politicamente segno profetico di speranza se – e solo se – diventa una comunità di destino.

Aiutare a fare contro il neogiacobinismo costruttivista

L’economista del bene comune, Genovesi

La politica non è solo Stato. Essa è tutto ciò che serve all’uomo per essere protagonista nella società. Non si dà primato della politica senza la stabile e creativa presenza di corpi intermedie nella società. Il Novecento ideologico ha separato la forza politica dalla creatività sociale, ma è il peccato originale della politica in quanto tale. Il pensiero cattolico sociale ha spiegato chiaramente ciò.

Una politica così concepita deve, dunque, aiutare a fare, non blindare gli orizzonti esistenziali ed etici, legati alla responsabilità personale, facendo calare dall’alto bonus e/o direttive, che sono poi due facce della stessa medaglia.

La lezione della Dottrina sociale della Chiesa (da ora in poi: DSC), da Leone XIII a Benedetto XVI, passando per la vasta e geniale produzione di Giovanni Paolo II, è ancora la via maestra che conduce al realismo politico. Un realismo politico nutrito di significati vitali, naturaliter orientati al bene comune.

La Flat tax è un segnale politico-sociale, prima ancora che esclusivamente economico-fiscale, originato dalla visione etico-politica sopra esposta, legata al DSC e al realismo politico.

La questione fiscale, infatti, è sempre, in sé, una questione etico-politica e, di conseguenza, culturale. E non vi è cultura che, per affermarsi, non debba definire un’idea di uomo e di società. Così da stringere, ancora una volta, quel nodo originario che lega il “culto” (cultus) alla “cultura”.

Raffaele Iannuzzi

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